Dalla provincia di Novara ai vertici del basket inglese: la storia di Andrea Signorile

Di Alessandro Berardi

Non sempre la strada verso i propri sogni è priva di ostacoli: quella di Andrea Signorile è la storia di chi ha saputo stringere i denti quando il percorso si è fatto in salita. Cresciuto a Bellinzago Novarese, nel 2019 sceglie di trasferirsi in Inghilterra per rimettersi in gioco. I primi tempi oltremanica non sono stati facili: prima di poter entrare a scuola come insegnante, ha dovuto rimboccarsi le maniche e affrontare turni massacranti in magazzino, vivendo anche qualche spiacevole episodio di discriminazione.

Ma non si è lasciato abbattere: oltremanica Andrea ha ricostruito la propria vita da zero, trovando la sua strada nel mondo dell'insegnamento e mettendo su famiglia. 

Parallelamente, c'è un'altra passione che non ha mai smesso di accompagnarlo: quella per il fischietto e il parquet, con cui sta riuscendo a togliersi delle belle soddisfazioni.


Foto: profilo Facebook Andrea Signorile


Al tuo arrivo in Inghilterra, qual è stato il primo lavoro che hai svolto?

«Il mio primo lavoro è stato come operaio in una fabbrica. Un’esperienza che non è stata sicuramente tra le migliori, perché ho fatto turni massacranti da 12 ore e vissuto anche degli episodi di discriminazione. Fortunatamente è stato un lavoro temporaneo, in attesa di ricevere una chiamata da una delle scuole con cui avevo sostenuto i colloqui per ottenere il posto da insegnante».

Dopo quanto tempo sei riuscito a diventare un insegnante?

«Trascorso un mese da quando avevo iniziato a lavorare in fabbrica, sono stato contattato dal preside di una scuola. Per un anno e mezzo ho insegnato in un istituto per bambini autistici».

Anche in Inghilterra ci sono tanti casi di bambini autistici?

«Purtroppo sì, ci sono tanti casi. Qui l’autismo viene riconosciuto come una forma di disabilità e il dipartimento della scuola ti paga la formazione per i corsi specifici».

Attualmente lavori ancora come insegnante?

«Sì, lavoro come insegnante di sostegno in un’accademia».

Prima di iniziare ad arbitrare hai giocato a basket: dove?

«Mi sono affacciato al mondo della pallacanestro all’età di 14 anni. Ho giocato a Oleggio (dove sono cresciuto), poi nelle Zanzare Novaresi, Polisportiva San Giacomo, Basket Romentino, Cameri Basket, Nuova Pallacanestro Ghemme e la mia ultima esperienza prima di diventare arbitro è stata proprio qui in Inghilterra, nei Milton Knights (Serie C). Il mio ruolo in campo era quello di playmaker o guardia tiratrice.

Oltre al basket, hai giocato e allenato anche nel Baskin, arrivando a fondare una squadra: com’è stato il passaggio dal basket al Baskin? Perché questa scelta e cosa ti porti dietro da questa esperienza?

«Venendo dal basket non ho visto grandi differenze. Mi sono ritrovato in questo mondo un po' per caso: ero stato contattato dalla federazione per arbitrare alcune gare di Baskin al trofeo "Città di Novara" e da quel momento me ne sono innamorato. 

Il Baskin mi ha dato tanto: mi ha insegnato l’empatia e cosa significa convivere con la disabilità, essendo uno sport basato fortemente sull’inclusione

Ho giocato nel campionato nazionale con il Baskin Ciuff Borgomanero, nel Baskin Ciuff Novara (società che avevo fondato insieme a Bob Rattazzi, Max Negretti e Claudio Maderna, poi divenuta San Giacomo Baskin), nel Baskin Brescia e nelle Pantere Cinisello Balsamo. 

Oltre a giocare, sono stato anche istruttore nelle scuole e allenatore sia a Borgomanero sia a Novara.

In panchina, come assistente allenatore, ho vinto due Coppe Italia a Borgomanero; mentre a Novara ho ottenuto un 3° posto alla fase regionale e il premio come “Allenatore dell’anno”, essendo il più giovane del campionato. Sono state delle belle soddisfazioni».

Com’è nata l’idea di diventare arbitro?

«L’obiettivo iniziale era imparare qualcosa di nuovo, così ho iniziato a frequentare il corso della FIP (Federazione Italiana Pallacanestro). Con il passare delle lezioni mi sono appassionato e ho deciso di provare».

Qual è stata la tua prima partita da arbitro in Italia? Come giudichi gli anni passati ad arbitrare da noi?

«La prima gara è stata un match di Under 19 femminile. Gli anni in Italia sono stati sicuramente formativi, ma oltre la Serie D non sarei potuto andare: per la federazione, a 25 anni sei già considerato "troppo vecchio" per ambire alle categorie superiori».

In Inghilterra da quale livello hai iniziato e fin dove sei arrivato?

«Appena arrivato ho iniziato dalle leghe locali nell'Hertfordshire (HBL) in Serie D e C. Nel 2021 sono entrato nei campionati nazionali arbitrando in NBL Division 3, e quest’anno ho debuttato in NBL Division 1, la massima serie della federazione inglese (Basketball England), raccogliendo finora 3 presenze».

Dalla Serie D alla Serie A è un bel salto: com’è stato il tuo esordio? Eri emozionato?

«Il mio debutto è avvenuto in un derby tra London Lions II e Richmond Knights. Ricordo che ero nervoso, ma sono comunque riuscito a portarla a casa (sorride). Anche la seconda partita è stata impegnativa, dato che si affrontavano la prima e la seconda in classifica».

I numeri della tua carriera parlano da soli. A che punto sei arrivato?

«Ad oggi ho collezionato 1.751 partite in carriera. Tra queste ci sono quasi 600 presenze nei campionati senior italiani e inglesi, le direzioni di gara nei massimi campionati maschili e femminili (NBL e WNBL) e 30 presenze in National Cup. Senza dimenticare le esperienze internazionali: 13 presenze nel campionato di Hong Kong, 15 nella Kampi League delle Filippine e la bellissima designazione per la finale Premier U16 delle Scuole Nazionali Dynamik e la finale della Challenge Cup U20».

Com’è vista la figura dell’arbitro in Inghilterra? Hai mai vissuto momenti di tensione?

«C’è molto rispetto. Se un allenatore ha un dubbio su una decisione, viene direttamente a chiedere chiarimenti con calma e la cosa finisce lì. Il pubblico è generalmente corretto, anche se ci sono piazze più "calde", come Londra. Non ho mai visto episodi di violenza. Però, una volta mi è capitato che un tifoso ospite, un po' nervoso, ha tentato di avvicinarsi, ma è stato subito fermato e dopo si è persino scusato».

C’è fiducia nei giovani cestisti?

«Assolutamente sì. Tanti club di Serie B non investono in atleti stranieri ma puntano sui gruppi Under 20. Ci sono squadre che hanno vinto il campionato schierando gran parte della rosa Under 20». 

Non solo campo, però: oltremanica hai trovato anche l'amore e l'Inghilterra è diventata a tutti gli effetti casa tua... 

«Sì, qui ho messo le radici insieme alla mia compagna. Sono già papà di una bambina e la nostra famiglia sta per allargarsi con l'arrivo del secondo figlio».

Guardando indietro e poi subito in avanti: qual è il bilancio oggi e cosa c'è nel tuo futuro?

«In Inghilterra ho trovato la mia dimensione e posso dire di aver realizzato i sogni più importanti, compreso il conseguimento della laurea proprio quest'anno. Sul campo da basket non ho intenzione di fermarmi: il prossimo grande obiettivo è raggiungere quota 5.000 partite».

Un traguardo ambizioso, ma per chi è stato capace di trasformare le difficoltà in nuove opportunità, raggiungere quota 5.000 partite dirette con il fischietto in bocca, sembra solo una questione di tempo.

In bocca al lupo per la tua carriera, Andrea!

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